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Werner Seelenbinder
di Roberto Greco

Allora: soldi, volantini, pistole di piccolo calibro, munizioni.

Ok, poi alla stazione ci sarà Robert ad accompagnarmi, saprà lui dove portarmi, avrà “oliato” qualche ingranaggio. Chiaro e semplice, anche se è da un po’ che non viaggio con questa roba addosso, ce la posso fare… è come andare in bicicletta… (Brucia il biglietto poi comincia a preparare la valigia)… Eh, ma è più difficile ora, ormai mi conoscono.

Dopo Dortmund sono certamente un “sorvegliato speciale”. Potrebbero fermarmi per un controllo in ogni momento, tanto più passando la frontiera. Eppure mica li ho capiti, questi nazisti. A volte sembra che mi lascino fare, poi mi sbattono in galera. Vogliono che porti una medaglia a Berlino e mi squalificano per un anno e mezzo quasi, senza farmi competere. Mah, certo che quello che ho combinato l’ultima volta non ha aiutato. Ma cosa devo fare? Non so, io non sono come gli altri, oppure boh, lo sono, ma non vorrei esserlo. Non lo so, comunque io il saluto nazista non lo faccio. Punto. E per adesso posso ancora provare a portare questo materiale ai compagni, se poi va bene oggi significa che probabilmente hanno ragione loro quando dicono che fino alle Olimpiadi posso stare tranquillo, che a Hitler serve la mia medaglia, ma poi dicono anche che i passaggi di frontiera sono pericolosi per tutti, nessuno escluso, neanche per Seelenbinder. Vabbè, vediamo come va. E speriamo che non ti aprano, amica mia (da una pacca alla valigia, poi riprende la sua divagazione).
E poi, sì, fino alle Olimpiadi posso star sereno, ma dopo? Che succede dopo? Mica gliela regalo la medaglia a Hitler. Se faccio quel che penso di fare, muoversi dopo sarà impossibile. Oppure sarà possibile di nuovo solo dentro i quattro muri stretti di una prigione. Magari dovrei lasciar perdere e non dare nell’occhio a Berlino. Ma dai, sono le Olimpiadi. Quando ripassano di qua? Se scoppia la guerra di nuovo, nel ‘40 saltano come nel ‘16, e nel ‘44…nel ‘44 mi piacerebbe più schienare due mocciosi, per gioco, sul lettone, che gli avversari sul tappeto di gara.

No, non posso lasciar passare le Olimpiadi senza colpo ferire, stanno facendo le cose in grande, ci saranno radio, riprese cinematografiche, giornalisti da ogni parte del mondo. Devo dire quello che sta succedendo qui. Eh, ma se poi non potrò più viaggiare con questa roba qui, o se mi butteranno dentro ad un’altra delle loro galere, gli altri come faranno? Cioè, cosa è meglio per il movimento, per la causa, che mi esponga, ed esponga i fatti o che non mi faccia vedere e poi continui a fare quel che faccio?
Ne dovrei parlare a papà, o a Charlotte, o a quel Robert che ho conosciuto, mi sembra uno in gamba. Non so. Papà direbbe che io non sono nato per passare inosservato, che da quando sono nato non siamo più passati inosservati! E ha ragione. Charlotte direbbe che nella valigia c’entra tutto quel materiale e i vestiti e altro, ma non c’entrerebbe il mio ego smisurato. E anche lei ha ragione. Ma io? Chi voglio essere davvero io? Quello che denuncia tutto mettendo a repentaglio la carriera, e forse chissà, la vita, oppure quello che aiuta il movimento ogni giorno, sotto traccia, prima e dopo le Olimpiadi? Non lo so, però se sapessi per certo che è la cosa migliore, indiscutibilmente, saprei starmene zitto, mettermi da parte. Sì lo farei, nonostante il mio ego che non entra in valigia. Ma non lo so, non lo so per certo. Sai quanti aiuti internazionali e gente da tutto il mondo verrebbe qui a sostenerci se io squarciassi questo velo di silenzio, lì a Berlino tra qualche mese, davanti a tutti, davanti a Hitler? E poi…non mi alleno mica così da anni per passare inosservato? Mica ho fatto e faccio tutti questi sacrifici per andare lì, prendere la mia medaglia e andar via. Come un olimpionico qualsiasi. Eh no, ha ragione Charlotte, io combatto per la gloria, come in una guerra, quelle dal passato, quelle in cui c’era ancora l’onore, il duello. Altrimenti non avrei scelto la lotta. Come diceva il mio maestro? Aspetta, ah sì: “la lotta è la guerra rappresentata sul tappeto di gara. Come se fosse a teatro”. E la gloria è la stessa. E a me non basta, io voglio anche la gloria di essere “il lottatore contro il regime”, quello che si è opposto ad Hitler sul podio di Berlino nel ‘36, diranno. E poi mi piacerebbe anche tornare a fare questa vita qui e a sostenere il movimento. Ma mi sa che delle due l’una…

Ma adesso basta, vediamo come va oggi e speriamo che non mi aprano la valigia.

Cos’era successo a Dortmund? Era il ‘33, Seelenbinder aveva vinto il campionato nazionale di lotta libera, era salito sul podio, e lì, era partito l’inno, quello della nuovissima Germania Nazista. Tutti in piedi, tutti col braccio su e la mano tesa. Non lui. Non Seelenbinder. Seelenbinder aveva ascoltato, in silenzio, immobile, poi, al termine dell’inno avevo ricevuto un mazzo di rose. Lo aveva aperto, rivolto al pubblico e poi ne aveva consegnate due al secondo e al terzo classificato. Risultato? Dieci giorni in prigione e 16 mesi di squalifica. Poi era uscito e aveva cominciato di nuovo a lottare e a viaggiare. E viaggiando, con la sua valigia col doppio fondo, portava materiale di propaganda comunista e anti-nazista in giro per la Germania e l’Europa. Sempre con la paura che gli aprissero la valigia e lo arrestassero. E lo arrestarono. Nel ‘42, faceva parte del gruppo Robert Uhrig, qualcuno fece una soffiata, ci fu una retata. Girò 8 prigioni diverse, superò torture indicibili, non fece mai i nomi dei compagni. Fino a quando, nel ‘44, lo condannarono a morte.  

Li vedi, son cambiati (indica le guardie naziste fuori dalla finestra ad un amico dentro la baracca). Sono più nervosi. Uccidono, picchiano, molto più di prima, corrono a destra e a sinistra. Sentono la sconfitta. Io lo conosco quel sapore lì. Io sono stato un atleta, sai. Un atleta di alto livello. Un lottatore olimpico. Campionati nazionali, europei, olimpiadi operaie, ho vinto un sacco di volte. E ho pure perso un sacco di volte. E quando perdi, nella lotta, fa male due volte. Fa male perché hai perso, e fa male perché fa male. Ma il dolore fisico, quello lo senti dopo. Quello che fa male è che l’altro, il tuo avversario, quello che era di fronte a te, è più forte di te, è più bravo di te. E’ più di te! Il tuo orgoglio farà male sempre. C’è poco da fare. Siete tu e lui, sul tappeto, le mani, le gambe, la testa e il corpo. E lui ti ha battuto. Fa malissimo quella sensazione lì. E la senti arrivare. Nella lotta devi essere lucido, agire e reagire. La mente deve essere fredda e ferma, e deve lasciare agire il corpo, e il corpo deve seguire l’istinto che hai allenato e allo stesso tempo deve proporre all’avversario la strategia che hai preparato. A volte non ci riesci, e perdi, altre volte ci riesci, e vinci, altre volte ancora ci riesci e perdi lo stesso, perché l’altro è semplicemente più forte di te. Con Cadier era così. Appena passò di categoria, non ce ne fu più per nessuno, era di un altro livello. Con lui ti sentivi come si sentono questi qui vedi (indica fuori di nuovo). Sentono l’armata rossa che sta arrivando di qua. E pure gli americani dall’altro lato. Quando senti la sconfitta in bocca, che sta arrivando, sai cosa fai? Fai, agisci, fai cose senza pensare, e va sempre peggio, perché l’avversario ormai ti tiene in pugno, ribatte colpo su colpo, è in vantaggio e gestisce la situazione. E tu, senza fiato, vuoi ribaltare la situazione e allora fai, fai, fai, e ne prendi tante. Ma tante…Li vedi, guardali. Sembrano tante formiche quando cominciano a cadere le prime gocce di pioggia, scappano di qua e di là. Fanno. Fanno cose. Hanno già perso.
Mi dispiace solo che non la vedrò l’armata rossa. Li volevo salutare. E invece domani, zaac (mima il taglio della propria testa). Ciao Werner Seelenbinder. Ma non fa niente, non è un rimpianto vero. L’armata rossa arriva, non la vedrò, ma arriva, non è un rimpianto. Succede, forse non a giorni, ma tra qualche mese arriva…I rimpianti veri sono altri. Io ce li ho i rimpianti, tu no? Sai cosa rimpiango io? Eh, Berlino ‘36. Le Olimpiadi sono il mio rimpianto…Che dici? No, no, non mi frega nulla della medaglia per il mio paese. Ma quale paese? Io non ce l’ho il paese. Il mio paese sono i lavoratori, gli operai. Di tutto il mondo, quello è il mio paese e non partecipa alle Olimpiadi. No, no, a me di vincere per la Germania di Hitler non mi fregava nulla. Io volevo incontrarlo. Io DOVEVO incontrarlo. Salire sul podio, almeno al terzo posto ci dovevo arrivare. Gliel’avevo promesso, e l’avrei fatta eh…ne avrei fatta una delle mie! Di preciso non so cosa, c’avevo un po’ di idee in testa. Ma se si fosse presentato alla premiazione, che scena sarebbe stata… e se non si fosse presentato, avrebbe fatto la figura del codardo, e non la poteva fare, l’avevo incastrato io. Lo sapevano tutti che avrei fatto qualcosa, l’avevo detto a tutti, lo sapevano anche lui e i suoi, doveva venir giù. E quando sarebbe venuto, io avrei fatto qualcosa. No, non come a Dortmund nel ‘33, certo che il saluto nazista non lo avrei fatto neanche a Berlino, ma gli avevo promesso qualcosa di più…Che scemo. Sai che prima delle gare mi fermavo da solo, davanti allo specchio dei bagni, negli spogliatoi, e m’immaginavo la scena. Una volta gli cantavo l’Internazionale a pugno alzato (canticchia il motivo con il braccio su e il pugno sinistro chiuso) e mi arrestavano davanti a tutti, quei maledetti. Un’altra volta quel braccio alzato, glielo abbassavo (mima), e mi venivano addosso 5/6 guardie, un paio le ribaltavo (mima), una poi mi sparava (mima). Mi piaceva più di tutte questa scena qui. Che ci frega di morire. Non mi frega niente di morire, è tutta la vita che ci manca tanto così che m’ammazzano. Non mi frega niente neanche per domani. Mi dispiace solo di non averlo incontrato, Hitler, sul podio, a Berlino nel ‘36. Ma comunque non mi avrebbero mai fatto avvicinare così tanto da mettergli le mani addosso. Probabilmente gli avrei solo potuto fare un gestaccio, che so io: l’ombrello o un saluto comunista? Maledizione…Ma Cadier non si batteva, era di un altro livello. Il lettone invece, il lettone…il lettone lo potevo battere. Ma nulla, quella volta lì le gambe non reagivano. Niente. Il cervello diceva una cosa, e le gambe, niente. Quella volta lì le mie gambe decisero di scioperare. Come facevo io da operaio. Fu colpa mia. Io non ci stavo con la testa. Il lettone era forte, ma io non ero sul tappeto con lui. Io non ci vedevo lui di fronte a me. Io mi vedevo già sul podio, io stavo lì quasi a mimare quello che avrei fatto sul podio. E intanto il lettone mi batteva. La testa, la testa deve essere vuota e connessa nella lotta. Vuota, perché devi far lavorare l’istinto e il tuo fisico, il tuo corpo, che hai allenato a comportarsi in maniera diversa nelle diverse situazioni. Ma devi essere lì, pronto, attento, concentratissimo. Reattivo…Io quel giorno lì non ero neanche sul tappeto. La testa era troppo piena. Magari poi mi batteva lo stesso, eh, chi lo sa. Era forte anche lui. Ma non me la sono neanche giocata. E Hitler non l’ho incontrato. Questo, questo è il mio rimpianto. E domani me lo porto con me.

Qua vedi. Dice che me la tagliano la testa. Maledetta testa mia. Però va bene così. C’ho provato, le ho provate tutte, non mi sono piegato, non ho tradito nessuno, da questa bocca non è uscito neanche un nome dei compagni che lottavano con me.

Sì, mi dispiace per le Olimpiadi, ma alla fine, va bene così.

I compagni di sport e i compagni operai mi hanno amato ed apprezzato e io ho amato loro. Va bene così…

Il 24 ottobre 1944 nel campo di concentramento di Brandeburg-Görden un gruppo di detenuti viene portato ad assistere ad un’esecuzione, tra i condannati se ne distingue uno, triangolo rosso al petto, distintivo dei prigionieri politici. E’ provato nel fisico da anni di vessazioni, pare abbia perso 30 chili nei 2 anni di prigionia, eppure si vede che deve essere stato un atleta, un atleta di alto livello. Prima dell’esecuzione ha un ultimo moto d’orgoglio, come quelli che avevano costellato la sua carriera sportiva: “Compagni, oggi noi saremo ammazzati. Ma voi resisterete. Morte a Hitler: salutateci l’Armata Rossa”.
Zaac! Via la testa. Addio Seelenbinder.

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