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Johann Trollmann di Federica Vendrame

Le vedete quelle due donne? Laggiù, vicino al bancone.
Stanno aspettando una birra. Stanno aspettando me.
Non per vantarmi, ma tendo ad avere un certo successo con le donne.
La mia boxe porta un grande pubblico femminile, di solito. Ma in questo momento non è importante. Sto per affrontare il più importante incontro di boxe della mia vita, quello per il titolo di campione dei pesi mediomassimi. In realtà Eric Seelig è il campione, ma è ebreo e gli ebrei, in questa Germania, non possono vincere.
Il tempo mi sembra passare velocemente, l’incontro finisce. Nessuno dei due è K.O., quindi la decisione avviene ai punti. Sono sicuro di meritare questa vittoria. Poi, lo speaker parla. Non decisione. Cosa? In un attimo realizzo, in questa Germania anche i sinti, o gli zingari come ci chiamano con ribrezzo, non possono vincere. Il pubblico urla e fischia, anche loro credono che la vittoria sia mia. E come in un sogno, vedo la giuria decidere di consegnarmi il titolo.

Pochi giorni dopo, il brusco risveglio dal sogno di una vita. Mi viene rimosso il titolo per colpa di un comportamento “patetico” e uno stile “non tedesco”. “Patetico” perché mi sono commosso, non capendo la felicità che si prova a vincere il titolo di campione con la parola “zingaro” cucita sui pantaloni.
“Non tedesco” anche se si tratta una tecnica nata in Germania, da un pugile, zingaro sì, ma che non ha mai conosciuto nulla all’infuori della Germania.
Quindi eccomi qui, costretto a combattere senza potermi muovere. Sono da sempre un combattente. Non accetto di affrontare un incontro perso in partenza. Perché non posso vincere senza fare il pugilato che piace a me, quello con cui ho vinto quel maledetto titolo.
Non vogliono le mie “patetiche” lacrime, vogliono il mio sangue, su quel ring. Quindi perderò, perderò perché non posso fare altro che perdere. I miei capelli sono biondi adesso, li ho ossigenati ieri sera. E nel mio borsone, di fianco a dei pantaloncini senza alcuna scritta,
c’è un sacco di farina. Oggi non sono più un pugile, sono un artista. Mi tingerò di bianco e salirò su quel ring, stando fermo, immobile. Incassando pugni senza reagire. Oggi perdo, ma perdo da ariano. Eder saprà che questa vittoria non se la merita. Potrei morire, oggi, i nazisti non amano le proteste. Ma che mi sparino in fronte come a un animale, se vogliono. Questo zingaro non è un perdente, questo zingaro è un campione.

Sento la porta scricchiolare, mi blocco. È solo il mio allenatore, mi avvisa che l’incontro sta per cominciare.
Cospargo il mio corpo di farina e attraverso il corridoio, lo speaker urla il mio nome. Il sipario si apre, entro in scena.
Mentre mi dirigo sul ring, riesco a sentire il sussulto del pubblico. Poi, il silenzio. Sono un pugile da una vita, sono salito sul ring tra le urla di tifo, tra insulti e fischi.
Ma con il silenzio mai, un silenzio assordante. Riesco quasi ad ascoltare il battito del mio cuore mentre aumenta rapidamente.
Incasso colpi per cinque round. Cinque. Quindici minuti sembrano infiniti, sangue e farina sul ring.

E mentre sono sul pavimento, sento la voce ovattata dell’arbitro che conta fino a 10.

K.O.

Sento le urla del pubblico, in fomento per Eder. Ma io sorrido, sono un ariano, K.O. L’ultima meravigliosa vista della mia vita, prima dell’inizio dell’incubo.

Ho perso la licenza da pugile, sono stato costretto a divorziare da mia moglie, ad abbandonare mia figlia. Le avrei solo messe in pericolo. Poi, la scelta: o la sterilizzazione o il campo di concentramento. Ho scelto la prima, per poter vivere. Libero.
Non è durato molto. Il campo diventa obbligatorio anche per gli zingari. E quindi divento il numero 9841, triangolo marrone, non più Johann Trollmann.
Ma la mia fama mi precede, Emil Cornelius, kapò spietato e ossessionato dalla gloria, mi obbliga a sfidarlo in un incontro. Vuole battere il campione. Denutrito e senza allenamento, ma pur sempre il campione. Quindi combatto, come faccio da quando ho 8 anni, e vinco, nonostante la fatica e la fame.
Mentre cammino per il campo, sento un colpo netto alla testa.

Cado.

K.O., sangue e ghiaia sul pavimento.

Ricordatemi come un campione.

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