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Harry Pauly
di Tosca Cellini

Ero un attore di teatro tedesco, iniziai a recitare in ruoli minori a Berlino a soli 15 anni, amavo stare in scena, era l’unica cosa che mi teneva davvero in vita.
Però non mi pagava il cibo, l’acqua, i vestiti e le serate in discoteca. Dovevo lavorare, guadagnarmi da vivere e lo facevo tagliando i capelli, ero un parrucchiere, anche se detestavo esserlo. Quando non recitavo, nè lavoravo mi si poteva trovare nelle discoteche gay di Berlino. Ballavo come un pazzo, mi divertivo, bevevo, quasi fino a non ricordarmi più nulla, ero me stesso, tutti lì eravamo noi stessi, ed era l’unico posto dove davvero potessimo esserlo. Lì, rinchiusi in quelle quattro mura cupe, marce e tetre, noi potevamo vivere. E ci piaceva, ci piaceva così tanto. Sapevamo di rischiare letteralmente la vita, ma non ci importava. Quando arrivarono al potere i Nazisti tutto intorno a noi crollò, ce lo aspettavamo, sapevamo che quel momento presto sarebbe arrivato, ma non eravamo davvero pronti: come si può essere pronti ad essere perseguitati per ciò che si è?

I bar gay vennero chiusi, tutti. Non avevamo più posti dove andare a nasconderci da un mondo che ci considerava depravati e malati. Non ci rimaneva che combattere, non ci rimaneva che resistere. Alcuni omosessuali, soprattutto quelli di origine ebraica, venivano uccisi da “teppisti” nazisti. Molti di questi guadagnavano la nostra fiducia, si fingevano amici, a volte si fingevano omosessuali, e poi ci uccidevano senza pietà.

Ho visto morire persone che consideravo fratelli. Un pezzo del mio cuore morì insieme a “Susi”, una drag queen mia amica che venne accoltellata brutalmente sotto il mio sguardo. Se chiudo gli occhi, ancora rivedo quella scena, non me la dimenticherò mai, dopo 60 anni fa ancora troppo male.

Nel 1936 fui arrestato, paragrafo 175 del Codice Penale, condannava l’omosessualità. Avevano vinto loro, erano riusciti a farci condannare dalla legge, eravamo in trappola.
Fui imprigionato nel campo di Neusustrum dove lavoravo 12 ore al giorno. Ci trattavano come animali, peggio di animali. Il male lo vedevo negli occhi di quei giovani nazisti,
era come se non fossero in loro, come se una forza maligna li avesse posseduti. Riuscii a essere rilasciato dopo 15 mesi, ebbero pietà di me. Dicevano che ero forte fisicamente
e giovane, che potevo servire.

Nel 1943 fui denunciato alla Gestapo da due ragazzi che credevo amici, venni giudicato di nuovo, però fui rilasciato dopo 8 mesi grazie all’intervento di un mio amico che testimoniò a mio favore e comprò il giudice. Fui chiamato a servire nell’esercito, ma ero continuamente preso di mira, i miei commilitoni erano a conoscenza delle condanne che avevo subito e del perché. Brutte parole, scherzi, botte, non ce la facevo più. Dopo l’ennesima ingiustizia, rischiavo di impazzire. Se i miei commilitoni non avessero saputo della mia omosessualità sarebbe stato tutto più facile. Invece per loro ero malato, per loro non meritavo di vivere, non meritavo la stessa dignità. Ma io mi chiedevo perchè? Cosa avevo fatto di male?
Perché dovevo avere colpe per il solo fatto di provare attrazione verso gli altri uomini? Mi chiedevo perchè non capissero, soprattutto in mezzo a tutto quell’orrore? Ciò che contava davvero non doveva essere l’amore? Decisi che non mi sarei mai più piegato al loro volere, che non avrei mai avuto vergogna di me stesso. Non volevo più sopportare tutto quello, piuttosto sarei stato disposto a morire. Decisi di disertare e lo feci due volte. Alla fine mi spedirono in un campo di battaglia molto pericoloso, era una punizione, volevano uccidermi, e ci provarono in tutti i modi. Morirono quasi tutti, ma io no, riuscii a sopravvivere.

Venni protetto, da non so da chi, non so da cosa, ma io una protezione su di me la sentivo. Dopo la guerra, tutto cominciò a cambiare, aprii un mio piccolo teatro.

Vinsi io.

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